Fast fashion e moda low cost: l’insidia del basso prezzo che fa male all’ambiente

La moda veloce, o “fast fashion”, è sempre più oggetto di attenzione: opportunità o pericolo per l’ambiente? Abbiamo deciso di fare luce su questo argomento assieme a Paolo Pessina, presidente di MBCIRCLE e titolare dell’omonimo store in quel di Monza.

In termini di inquinamento, la produzione di vestiti richiede enormi quantità di risorse naturali come acqua ed energia, contribuendo alla deforestazione, all’inquinamento dell’acqua e all’emissione di gas serra. Inoltre, molte pratiche di produzione rapida comportano l’uso di sostanze chimiche nocive, che possono contaminare l’ambiente e danneggiare la salute dei lavoratori e delle comunità circostanti.

 

L’aspetto dello sfruttamento riguarda principalmente le condizioni di lavoro nei paesi in via di sviluppo, dove molte fabbriche di abbigliamento sono situate. Le pressioni per ridurre i costi e produrre merci sempre più economiche possono portare a salari bassi, lunghe ore lavorative, mancanza di sicurezza sul lavoro e violazioni dei diritti dei lavoratori.
«Il fast fashion rientra a pieno titolo in una delle molteplici ubriacature del mondo dei nostri tempi – rivela Pessina – Una situazione che rende ricche poche persone e ne sfrutta e impoverisce tante; per non parlare dei pessimi risvolti che questa pratica ha sul nostro pianeta: in Sud America, ad esempio, vi sono enormi depositi di rifiuti derivati dai materiali dell’industria lowcost che non si smaltiranno mai». Affrontare questi problemi richiede azioni su più fronti come, ad esempio, promuovere la moda sostenibile, che si concentra su pratiche etiche e ambientalmente responsabili lungo tutta la catena di approvvigionamento. Ciò include l’adozione di materiali riciclati o sostenibili, il miglioramento delle condizioni di lavoro e la trasparenza nella produzione.

 

«I segnali per capire che “qualcosa non va” sono principalmente due: la provenienza del materiale data dell’etichetta del capo e il prezzo – prosegue Pessina – nettamente più basso e sproporzionato rispetto al costo della mano d’opera in Italia. Per Pessina, inoltre, occorre porre una particolare attenzione al settore calzaturiero: «Il fast fashion delle scarpe è il più pericoloso di tutti – rivela – Il piede entra in contatto con colle e solette altamente velenose e cancerogene: se già i colori sono difficilmente testati figuriamoci questa tipologia di materiale».
Poco entusiasmo, quindi, per oggetti dei desideri “carini”, ma estremamente “low cost”: «Non dobbiamo essere felici perché compriamo a poco, anzi – conclude il presidente di MBCIRCLE – La nostra salute e quella del nostro pianeta deve essere posta al primo posto. I controlli devono essere più serrati e la battaglia “green” deve iniziare a guardare seriamente a questo fenomeno».

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